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Dibattito a partire da Toglimi le mani di dosso

Sotto pseudonimo una giornalista avvia un blog per raccogliere le storie di abusi subiti sul posto di lavoro. E in poco tempo attrae migliaia di contatti, scoprendo una realtà ben più vasta di quanto si possa immaginare.

19 novembre 2016 ore 16.00
A cura del Coordinamento Democratiche del Municipio 7
Dibattito a partire dal libro Toglimi le mani di dosso di Olga Ricci. Molestie, violenze sessuali e ricatti nel mondo del lavoro. Riconoscere e reagire. Quali strumenti per difendersi e uscirne.

Intervengono:
Chiara Vannoni, Avvocata giuslavorista
Marzia Pulvirenti, responsabile del Centro Donna CGIL – Milano
Diana De Marchi, Presidente Commissione Pari opportunità e Diritti civili del Comune di Milano
Introduce e modera:
Simona Sforza, Coordinatrice Democratiche Municipio 7

Le molestie sul lavoro le conosce per esperienza diretta Olga Ricci, pseudonimo di una giovane giornalista che si è dovuta scontrare con una realtà inaccettabile eppure diffusa, che si è ribellata e ha creato un blog sul tema dei ricatti sessuali tra capi e dipendenti raccogliendo oltre 120.000 contatti e che, infine, ha scritto la sua storia in Toglimi le mani di dosso, (Chiarelletere). Un libro che racconta il suo ingresso in redazione, da precaria in cerca di un lavoro dignitoso e stabile, le illusioni e delusioni che diventano incubo, e la rabbia, la voglia di giustizia e di riscatto. Una vicenda ambientata nel mondo dell’informazione, ma che potrebbe avere qualsiasi altra cornice: un ospedale, un ministero, un’impresa, una fabbrica…. Ovunque lo stesso problema, effetto delle stesse cause: la persistente disparità tra uomo e donna; i rapporti di forza e di potere, la violenza del più forte sul/la più fragile.
toria di Olga: inizia quando arriva in redazione; lei è consapevole di avere finalmente un’opportunità, s’impegna al massimo e confida che il merito valga almeno qualcosa. Invece deve fare subito i conti con l’ipocrisia e l’opportunismo dei colleghi e comincia il suo calvario: le avances del direttore, battute, inviti, richieste, sfregamenti. E il suo resistere, per non perdere il posto tanto agognato, per difendere il diritto al lavoro. E’ un tempo infernale, ma a un certo punto Olga dice “basta, cambio vita”. Un grido, il suo. Contro i rapporti di forza, le relazioni drogate, il potere che tutto può, la paura. Ed ecco la ribellione, il coraggio e l’idea del blog, l’impegno per informare, denunciare, trasformare l’umiliazione in battaglia, il sopruso in sfida, il lavoro perduto in giornalismo di servizio.
L’ultima indagine Istat tra il 2008 e il 2009, ha calcolato che sono quasi un milione e mezzo le donne che hanno subito, nell’arco della vita, molestie o ricatti sul lavoro, definibili in “comportamenti di carattere sessuale non desiderati, che offendono la dignità di chi li subisce”. Un numero enorme che, forse, nasconde perfino una realtà più vasta e silenziosa. Un fenomeno che coinvolge l’intera società; per questo Toglimi le mani di dosso riguarda tutti, donne e uomini.

Quanto è diffuso il fenomeno delle molestie sul lavoro?
L’unica indagine a disposizione in Italia è stata realizzata dall’Istat tra il 2008 e 2009 e porta a stimare che siano 1 milione e 308mila le donne ad aver subito, nell’arco della vita, molestie o ricatti sul lavoro. Abusi accaduti non soltanto al momento di una promozione, ma anche dell’assunzione. Oppure per mantenere il posto di lavoro. Le più colpite sono le donne tra i 25 e i 44 anni, diplomate e laureate, nelle grandi città del Centro Nord, nei settori dei trasporti, delle comunicazioni e della pubblica amministrazione.
Quasi non ci sono denunce: il 91% degli stupri o tentati stupri e il 99,3% dei ricatti sessuali non vengono segnalati. Le vittime non ricorrono alla legge per motivi diversi: paura, vergogna, imbarazzo, timore di essere trattate male, assenza di fiducia nelle forze dell’ordine, mancanza di prove. Per sottrarsi alla situazione di violenza, la maggior parte delle donne cambia posto di lavoro.
Anche se esistono leggi per difendersi, è difficile riuscire a dimostrare la violenza. Di solito, infatti, le molestie sessuali avvengono in assenza di testimoni, sono costruite nel tempo come somma di piccole azioni apparentemente “inoffensive”, non sono del tutto esplicite. Perfino in caso di ricatti chiari, una registrazione ambientale non costituisce di per sé una prova decisiva, a meno che non sia stata fatta dalle forze dell’ordine. Una registrazione fai da te resta un elemento che certamente può essere considerato dal giudice, ma non è risolutivo. Inoltre va considerata la precarietà. La paura di perdere il lavoro, in assenza di garanzie contrattuali, prevale quasi sempre sulla fiducia nella legge.

Molestie sul lavoro, sono definibili?
Certamente. Sono così definibili che nelle grandi aziende e nelle multinazionali ci sono codici di regolamentazione interna per prevenirle. Come scrive Rosa Amorevole, consigliera di parità della Regione Emilia Romagna, nel decalogo finale di Toglimi le mani di dosso, sono molestie sessuali tutti i comportamenti di carattere sessuale non desiderati, che offendono la dignità di chi li subisce. Tra questi: insinuazioni e commenti equivoci sull’aspetto esteriore; osservazioni e barzellette che riguardano caratteristiche, comportamenti e orientamenti sessuali; materiale pornografico sul luogo di lavoro; contatti fisici indesiderati; avance in cambio di promesse e vantaggi; inviti indesiderati con un chiaro intento sessuale; ricatti sessuali; atti sessuali; coazione sessuale o violenza carnale. Per essere chiari: anche un invito a cena da parte di un superiore può rientrare nella sfera delle molestie. Un esempio viene dalla multinazionale Apparel che di recente ha introdotto regole più ferree per contrastare le molestie sessuali. Nei mesi scorsi, negli Stati Uniti, il fondatore ed ex numero uno di Apparel è stato travolto da uno scandalo per le accuse di alcune dipendenti. La società, dopo una serie di verifiche, lo ha licenziato e ha proibito ogni tipo di relazione sessuale e amorosa, inclusi gli appuntamenti fuori dal posto di lavoro, tra manager e dipendenti. È prassi che nelle società americane non siano ammesse formalmente le relazioni interpersonali private che possono portare ad abusi di potere. Mischiare privato, sessualità e lavoro penalizza le lavoratrici. Barbara Gutek, professoressa emerita all’Università dell’Arizona, in The Sexuality of Organization (La sessualità dell’organizzazione), sostiene che la maggior parte delle donne che hanno un rapporto o un coinvolgimento sessuale sul lavoro, sul lungo periodo, vengono licenziate oppure si trovano costrette a lasciare. I motivi sono diversi: la cattiva reputazione; le ritorsioni dei colleghi; il comportamento ricattatorio dei capi – padroni che restano sempre e comunque i soli a decidere quando dare e quando togliere.

Intorno alle molestie c’è molto silenzio. I perché del libro e del blog Il porco al lavoro.
In Italia c’è un silenzio assordante sul fenomeno delle molestie e della violenza sul lavoro. Me ne sono resa conto quando, per elaborare la mia “esperienza” personale, che ho raccontato in parte nel blog Il Porco al lavoro e poi compiutamente in Toglimi le mani di dosso, ho dovuto cercare materiale in inglese perché in italiano non ne trovavo. Ho scoperto che negli Stati Uniti sono quasi quarant’anni che si occupano del problema. Catharine MacKinnon, avvocata e attivista femminista americana, autrice di un testo fondamentale, Sexual Harassment of Working Women (Molestie sessuali sulle donne lavoratrici), non tradotto in italiano, ha impostato il quadro giuridico di riferimento per riconoscere, negli Usa, le molestie sessuali sul lavoro come reato. Secondo l’autrice, le molestie sono un sopruso e contribuiscono a mantenere le donne in una posizione subalterna. Non devono essere interpretate come “incidenti” isolati e personali, ma come un problema sociale, che riguarda le donne in quanto donne, cioè appartenenti al genere femminile. Per questo motivo, le molestie vanno considerate addirittura oltre l’abuso, l’umiliazione e l’oppressione di ciascuna vittima: costituiscono una vera e propria discriminazione sessuale, lesiva per tutta la società.
Mi rendo conto che fare questi discorsi in Italia, soprattutto in un mondo sessista come quello del giornalismo – secondo una ricerca dell’Fnsi, il sindacato dei giornalisti, nel 2008 erano 5 le donne a capo di un quotidiano, mentre i direttori uomini 113. Numeri simili riguardavano i vicedirettori (5 donne e 99 uomini), i caporedattori (67 donne e 477 uomini) e i caposervizio (180 donne e 813 uomini) – è come parlare di fantascienza. Però è ora di cominciare, di parlare pubblicamente della questione e trovare delle soluzioni, di smettere di dire che è “normale”. Non è normale: le molestie e la violenza sul lavoro condizionano l’occupazione delle donne, penalizzandole pesantemente. È forse un caso che l’Italia, come ha detto Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, sia tra i Paesi europei che incoraggiano meno la partecipazione delle donne al mercato del lavoro?
Fonte: Silvana Mazzocchi su repubblica.it